Us Army, il fantasma di Assange

«Nell’esercito americano è proibito avere simpatia per Wikileaks. Si rischia la Corte marziale. E bisogna odiare tutte le associazioni pacifiste o per i diritti umani. Esportiamo la democrazia, ma non la pratichiamo». La coraggiosa denuncia di un militare a stelle e strisce

 Bradley Manning è solo la punta dell’iceberg. I sostenitori di Wikileaks in divisa, al servizio dell’esercito americano, sono molti di più. Ma sono anche cauti, silenziosi, timorosi. Comprensibile, visto il destino che sta affrontando Manning, accusato di essere stato per mesi la talpa di Julian Assange, la “serpe in seno” delle forze armate a stelle e strisce.Su Wl Central, uno dei siti più completi di notizie e analisi legate a Wikileaks, è stata pubblicata la lettera aperta di un soldato statunitense. Nella lettera anonima l’autore confessa gli stati d’animo e le vicissitudini di chi ha scelto di supportare l’organizzazione che i vertici dell’esercito e molti esponenti del congresso Usa considerano il nemico numero uno.Il soldato gola-profonda – la cui identità è stata verificata – accende la luce sulla mentalità conservatrice e i rigurgiti anti-democratici di alcuni suoi superiori. Perché, come si dice spesso nelle camerate, l’esercito “protegge la democrazia, ma non è una democrazia”.Ecco alcuni stralci della lettera anonima.

«Supportare Wikileaks, oggi, è qualcosa di estremamente controverso. A seconda del paese in cui vivi, del tuo lavoro, il tuo sostegno viene avversato in modi diversi. Ma c’è una realtà in cui essere a favore di Wikileaks equivale ad essere criminalizzati: l’esercito degli Stati Uniti.

Da cittadino americano non avrei mai pensato che la mia libertà di espressione sarebbe stata messa così a dura prova. Oggi so che le forze armate americane sono un’entità separata dal resto del paese che rappresentano. Una delle dimostrazioni più evidenti è il Codice di giustizia militare: l’esercito ha leggi tutte sue. Come si dice spesso nelle caserme, “Noi non siamo una democrazia. Noi proteggiamo una democrazia”.

Quando mi sono arruolato nell’esercito non sapevo nulla di cosa accadesse nel mondo. Ero l’americano medio: delle guerre in Iraq e in Afganistan ignoravo tutto. Sapevo solo che erano, appunto, due guerre.

Solo nel dicembre 2010 sono riuscito ad approfondire. Ed è stato grazie a Wikileaks, del quale non avevo mai sentito parlare prima di allora. Lo so, sembra incredibile ma è così. Il punto è che nell’esercito tutti si comportano come se Wikileaks non sia mai esistito.

Sapevo fin dall’inizio che il mio sostegno alla causa avrebbe avuto qualche conseguenza. Un giorno il mio supervisore disse che Assange doveva essere assassinato e un mio commilitone affermò che Bradley Manning meritava il carcere a vita.

Ho confessato, a un amico fidato, la mia simpatia per Wikileaks. Speravo che mi capisse. Per tutta risposta minacciò di rivelare tutto alle unità investigative della nostra base. Ma più continuavo a lavorare nell’esercito, più il mio sostegno cresceva. Un po’ perché ero scontento del mio lavoro, ma anche per l’apatia dei miei commilitoni, per l’odio sfacciato che nutrivano verso gli afghani e gli iracheni. Uno di loro mi chiamò “terrorista” perché stavo guardando Al Jazeera.

Ho provato altre due volte a condividere le mie opinioni su Wikileaks con gli altri […]. Il secondo a cui mi confidai sfoggiò un’incredibile apatia mentale. Gli raccontai per filo e per segno il contenuto del video Collateral Murder. Lui rispose: “Ok, e allora?”

Collateral Murder è un video pubblicato da Wikileaks: mostra un elicottero americano in azione mentre uccide diversi civili iracheni inermi e disarmati).

Anche se, apparentemente, tutti i soldati americani odiano Wikileaks, ci sono differenze a seconda dell’età e del grado. Ai più giovani, di Wikileaks non importa assolutamente nulla. Se proprio ne devono parlare, è per criticarlo. Non credo che sia davvero il loro pensiero. Semplicemente, questa è l’opinione comune all’interno dell’esercito e loro si allineano.

Più si sale di grado, più l’odio aumenta. Fino a rasentare il ridicolo. Basta un esempio: il mio comandante ritiene che le associazioni per la difesa dei diritti umani siano “una minaccia”, e che “chiunque sia legato a persone coinvolte in questi gruppi dovrebbe essere messo sotto investigazione”.

Se l’esercito scopre – o sente dire – che un suo soldato è un supporter di Wikileaks può limitarsi a dargli un calcio nel sedere. Oppure aprire un’investigazione su di lui, eventualmente accusarlo e fargli passare diversi mesi in prigione. Pensate sia impossibile? Leggete l’articolo 134 del codice militare americano: “Qualsiasi disturbo o negligenza che pregiudichino l’ordine e la disciplina, qualsiasi condotta che porti discredito verso le forze armate – anche non menzionata nello specifico in questo articolo – deve essere tenuta in conto dalla corte marziale e punita a discrezione della corte”.Si tratta di un articolo “acchiappatutto”, che punisce anche tutte le condotte non previste dal codice militare in maniera specifica. L’esercito può usare questo articolo ogni volta che vuole per accusare un suo sottoposto di un comportamento che, fino a quel momento, non era mai stato considerato come reato.Noi militari americani che sosteniamo Wikileaks siamo di fronte a un bivio. Continuare a servire il nostro paese in silenzio, con una coscienza perennemente combattuta, o alzare la testa e dire chiaramente quello che pensiamo? Siamo pronti ad affrontarne le conseguenze?».
di Federico Formica – 26 luglio 2011
fonte: L’Espresso

http://www.informarecontroinformando.info/index.php?option=com_content&view=article&id=898%3Aus-army-il-fantasma-di-assange&catid=35%3Aesteri&Itemid=55

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