Cercasi garantista per Julian Assange

 

C’è una vecchia villa inglese, nel Norfolk. E c’è un uomo, al suo interno. Una chioma biondo-argentata che ha fatto tremare il mondo. Un uomo in attesa di un giudizio definitivo su una possibile estradizione in Svezia dove pare (così dicono) che abbia abusato di due donne. E pare pure che le accuse siano davvero risibili; vi sono ben più di pochi dubbi sulla veridicità delle accuse in questione e sull’affidabilità delle testimonianze riportate; moltissimo dà da pensare il tempo e le modalità della loro formulazione. Ma nessuno si è mai sognato di accertarle o di riflettere su questi dati. Subito si è scatenata una vera e propria caccia, con tanto di mandato di arresto europeo e di detenzione. Solo dopo una lunga battaglia questo uomo è riuscito a pagare la cauzione necessaria per usufruire degli arresti domiciliari. La Svezia ha richiesto all’Inghilterra di poter estradare il supposto reo nel proprio paese (dove – appunto – si pensa abbia abusato delle due donne), incassando un primo accoglimento. Il 12 luglio vi sarà la pronuncia definitiva.


Ed egli attende. Da sei mesi non può uscire dall’edificio, se non per presentarsi al commissariato più vicino. È costretto a muoversi con una cavigliera satellitare con tanto di GPS incorporato. Delle telecamere nascoste filmano ogni più suo intimo momento. Gli è stato ritirato il passaporto. Riceve quotidiane visite da parte della Polizia. Formalmente, non è stato giudicato colpevole di nessun crimine e nemmeno imputato (sì, avete capito bene) di alcunché. Se un qualsiasi uomo venisse sottoposto a simili misure di sicurezza ci scandalizzeremmo. E ci scandalizzeremmo due volte se tutto questo avvenisse in una liberal-democrazia occidentale. Grideremmo al giustizialismo, al totale sprezzo dei diritti della persona e del garantismo; chiameremmo in causa persino i diritti umani. Ma questo uomo è Julian Assange. È lo Splendide Mendax che ha cambiato (o perlomeno, ha “ufficializzato” tale cambio) il modo di fare informazione. E così, al posto delle grida si levano i silenzi. Al posto delle proteste, l’acquiescenza.
Gli avvocati di Assange temono che se la richiesta di estrazione venisse accolta anche in appello, il passo tra la Svezia (dove lo si accusa di aver perpetrato i fantomatici abusi) e l’America sarebbe breve. Non ci sarebbe nulla – assolutamente nulla – a impedire un’eventuale estradizione tra Svezia e USA. E l’America non ha fatto segreto di stare cercando in ogni modo qualcosa (qualsiasi cosa) per poter incriminare Assange; e si sospetta che quel qualcosa risieda in una centenaria (1917) e criticatissima legge sullo spionaggio (promulgata in tempo di guerra e borderline con il Primo Emendamento). Certo, è prematuro dire che Assange rischi la pena di morte (la Svezia ha seccamente respinto di aver concordato con gli USA una possibile estradizione). Ma Assange è legato a doppio filo a Bradley Manning; l’analista dell’intelligence “colpevole” di aver trasmesso ad Assange i famosi 250.000 cables della diplomazia statunitense. Oggi quel marine si trova in un carcere del Kansas, sottoposto a continue pressioni per indicare Assange come suo collaboratore e suo complice (e non come semplice editor-in-chief di un’organizzazione terza ai piani di Manning) per la questione dei cables. Ed ebbene sì: non si aperto alcun processo. Tutto è nella torbida e opaca luce della detenzione “in attesa del processo” (ci si chiede quando, visto che sono passati diversi mesi). Senza la presenza di difensori.
È questo ad averci particolarmente colpito; se a uno dei nostri giornalisti accadesse qualcosa del genere, si scatenerebbe (giustamente) una rivolta. Una protesta, una sempre più montante indignazione generale. E invece, tutto è silenzioso. Un silenzio ovattato, che ha il sapore dell’abbandono. Un tombale silenzio di morte. Assange ha svolto il suo lavoro di giornalista, pubblicando dati sensibili e di importanza globale che gli erano stati trasmessi in via anonima, senza che egli avesse imbastito alcun “piano” illegale. Certo, si può non concordare sui modi, sull’organizzazione, sull’autoreferenzialità del personaggio. E magari non si può nemmeno concordare con Wikileaks o con i suoi contenuti. Ma perché i 776 scottanti file su Guantanamo (dove erano detenuti 150 innocenti, tra cui vecchi e bambini) sono passati nel silenzio più totale? Perché nessuno difende Assange o leva una voce contro questa serie di misure sproporzionate e ingiustificabili che egli è costretto a subire? Perché appare così terribilmente normale che un uomo (Bradley Manning) possa essere trattenuto in semi-isolamento da mesi senza un processo, e che un altro uomo (Assange) possa venire sottoposto a un controllo degno del Big Brother, senza alcun tipo di privacy. Perché viene giudicato già colpevole? Perché i suoi avvocati non hanno ricevuto una formale accusa scritta? Perché ogni mezzo per incriminare o per spezzare Assange/Manning sembra essere divenuto lecito? E perché nessuno ha il coraggio di opporsi a questa escalation di sistematiche violazioni dei più elementari diritti della persona?
Ogni volta che queste pesanti domande vengono poste, il silenzio aumenta (specie nei “garantisti di professione”). E’ agghiacciante. La rule of Law sembra essersi infranta innanzi alla realpolitik dei sacri fini, il rispetto per la procedura ha lasciato il posto alla caccia, il garantismo è stato schiacciato dalla condanna a ogni costo. Anche se Assange non ha compiuto nulla di illegale.
Le luci si stanno spegnendo. E il 12 luglio sarà il giorno della verità. Il cerchio si stringe attorno allo Splendide Mendax. Ma non è affatto finita. Ci sono quei documenti scottanti “in grado di far crollare una banca” (la Bank of America?). E poi c’è quel file da 1,4 gigabyte – insurance.aes – di cui nessuno conosce il contenuto. Se anche Assange venisse estradato negli USA, cercherà in ogni modo di tenere i riflettori accesi su di sé; sempre che una macchina del fango non provi (e quelle abuse ne hanno tutto il sapore) a seppellirlo, a trasformarlo in un terrorista, in un mostro, in uno stupratore.

Michele Dubini

giovedì 23 giugno 2011

http://www.fareitalia.com/316_cercasi_garantista_per_julian_assange

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