Alan Rusbridger e il crowdsourcing

La copertina di Style (n. 3 marzo 2012), magazine mensile del Corriere della sera in edicola dal 24 febbraio, glorifica il direttore del Guardian Alan Rusbridger, intervistato da Guido Santevecchi alle pagine 79-84 (l’intervista non è on line). Tranquilli. Di WikiLeaks non si parla. Silenzio di tomba. L’unico riferimento si trova nella frase “il suo giornale nel 2011 ha gettato nel panico i governi del mondo quando ha pubblicato per primo i documenti di WikiLeaks”. FINIS.
Nell’intervista non si trova né una domanda né un commento da parte dell’intervistato sulle vicende che hanno portato alla pubblicazione di quei benedetti documenti, che una qualche importanza la debbono pure avere, visto che vengono citati come una medaglia per il già autorevole quotidiano britannico. Evidentemente Wikileaks è considerato ormai un argomento del tipo “don’t ask, don’t tell” (“hai avuto a che fare con WikiLeaks? Beh, dopo tutto sono affari tuoi…tutti i gusti sono gusti…comunque non sono cose di cui parlare in pubblico”).
Il focus della conversazione è tutto sulla crisi dell’editoria, che ha coinvolto anche il Guardian con perdite per 33 milioni di sterline nel 2010/2011. La soluzione secondo Rusbridger sta nella formula digital first: quindi, massiccio ricorso al crowdsourcing coinvolgendo i lettori nell’edizione on line.
Afferma Rusbridger: “Quando abbiamo avuto 400 mila documenti online sulle spese dei deputati di Westminster non avevamo le forze per studiarli tutti, e 20 mila lettori ci hanno aiutato; ma anche ai mondiali di calcio: 32 nazionali e noi non possiamo avere 32 inviati informati sulla loro forma”. Complimenti. Ecco trovato il modo di far lavorare la gente gratis. Intendiamoci, non c’è niente di male nel crowdsourcing in sé, ma se ad usarlo è una corazzata come il Guardian, l’impressione è che si cerchi di abbattere i costi attraverso una finta democratizzazione dell’informazione. Il crowdsourcing ha un senso se applicato a un progetto aperto, liquido, globale, come WikiLeaks o Wikipedia o anche l’Huffington Post, altrimenti è solo un trucco contabile per pagare 50 unità su una forza lavoro di 100 unità, trucco che, va detto, comincia ad andare per la maggiore presso numerose testate.
Infine, una nota di colore:
Domanda Le rimane tempo libero?
Rusbridger Ho appena finito di scrivere un libro sul pianoforte. Mi ci è voluto un anno e la storia è cominciata durante due settimane in Italia, vicino a Pienza nel 2010: lì ho studiato con un maestro la prima ballata di Chopin, un brano difficilissimo. E dopo il libro, a dicembre darò un concerto. Per dimostrare a me stesso che si può dirigere un giornale e avere altre passioni.
A parte il fatto che è universalmente noto che le ballate di Chopin non sono la Preghiera di una vergine, e per questo il direttore del Guardian merita tutta l’ammirazione possibile, si rimane stupiti che con un bilancio in rosso per 33 milioni di sterline (oltre 40 milioni di euro) Rusbridger riesca a trovare la tranquillità necessaria per coltivare un’ “altra passione”.
Marco Travaglio commenterebbe: ma sant’Iddio! sei già il direttore del Guardian, e vorresti pure essere Maurizio Pollini?!

http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/23/camaleonti_dell_informazione_co_8_120223023.shtml

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