“My castle, my rules”: Julian Assange and “The media speech”. “Mio il castello, mie le regole”: Julian Assange e “Il discorso dei media”

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Il relativo silenzio-stampa degli ultimi tempi su WikiLeaks e il suo fondatore Julian Assange non deve ingannare. Anche se perfino le udienze del 12-13 luglio, decisive per l’estradizione dell’australiano in Svezia, non hanno avuto la stessa copertura mediatica di quelle dello scorso febbraio (almeno da parte della carta stampata, altro discorso per la rete), anche se il lavoro sui cablo che le redazioni delle principali testate avevano svolto nei mesi passati sembra essersi fermato per lasciare il posto o all’analisi della stretta attualità o a interessanti reportage estivi (del tipo sulla temperatura media della sabbia e dell’acqua di mare o sulle gioie e i dolori della ceretta brasiliana), tuttavia il fuoco dell’interesse cova sotto la cenere dell’indifferenza. Perché una cosa è certa: il mondo dell’informazione, piaccia o no, deve fare i conti con una realtà scomoda, una realtà che si chiama WikiLeaks e che è riuscita nell’impresa di bypassare i normali canali di reperimento delle fonti attraverso l’elaborazione di un sistema tecnologico in cui sono le fonti stesse a “scorrere” autonomamente.

Quanto all’atteggiamento del mondo giornalistico nei confronti di Assange, i sentimenti oscillano tra l’ostile e il disincantato; in pratica, servendosi di una metafora cinematografica, gli ostili (vogliamo dire il New York Times?) sono l’arcivescovo e i dignitari di corte che nel Discorso del re (The King’s Speech) di Tom Hooper tentano di mettere in cattiva luce Lionel Logue facendolo passare per un ciarlatano non qualificato, i disincantati (vogliamo dire The Guardian?) sono il principe Albert (futuro re Giorgio VI), che le ha tentate tutte per vincere la propria balbuzie ed è disposto a provare l’ultima controversa terapia del logopedista australiano perché tanto non ha più nulla da perdere (una considerazione che qualunque direttore di giornale alle prese con i bilanci potrebbe condividere).
Anche Assange, nei suoi contatti con i cosiddetti mainstream media ha stabilito il suo “My castle, my rules” (“Mio il castello, mie le regole”), che però era un po’ più impegnativo del semplice divieto di fumare imposto da Logue al suo augusto paziente, e quindi ha suscitato i malumori sia degli ostili che dei disincantati. Malumori che hanno portato a una rottura (più o meno traumatica a seconda dei soggetti coinvolti) con gli interlocutori accreditati, evidentemente poco inclini a seguire le indicazioni di Assange basate su una rigida tempistica della pubblicazione.
Dunque il “My castle, my rules” di Assange non ha funzionato come quello di Logue? A prima vista sembrerebbe di no, e verrebbe da dire che forse il “paziente” di Assange (i media) non era motivato come quello di Logue. In realtà il “media speech” è irrimediabilmente cambiato, se non altro perché il mondo dell’informazione ha iniziato a interrogarsi sui suoi rapporti con il potere, che esistono e non possono essere ipocritamente negati, come insegna l’ultimo crack che ha affondato il News of the World e che sta facendo tremare perfino Downing Street.

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One thought on ““My castle, my rules”: Julian Assange and “The media speech”. “Mio il castello, mie le regole”: Julian Assange e “Il discorso dei media”

  1. This is just a thought about something I didn’t consider in its right light until yesterday, when I posted my first contribute and forgot filling the Tags field.
    I guess it depends on the fact that I hate Facebook advice “you have been tagged” (that’s why I don’t use to tag), and I’m not very fond of the word “tag” itself, which reminds me something, I would say, “intrusive” or even the electronic tag, the modern technological evolution of the old iron ball and chain. I didn’t consider the fact that the “track and trace” Google’s systems depend on Tags and if you require visibility you need to be tagged. That’s the case of Julian Assange : he needs visibility not for narcissistic purposes, but for his safety, I mean the more he’s visible, the more he can get support and harming him turns more difficult and dangerous. It’s a sort of “Tinkerbell Effect”(do you remember the scene where Peter Pan’s pocket-fairy lies dying and she can be saved only if all those who believe in fairies clap their hands? http://1.bp.blogspot.com/_cC09oDYrrlU/S9oraUqH8rI/AAAAAAAAAEU/PaRM0z-UmPY/s1600/Tinkerbell+Asleep.jpg): things exist if people believe in them and Tags can help people believing.

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